Tutta colpa del Dolce Forno…

Devo fare una confessione: ho sempre taciuto il mio rapporto conflittuale con i dolci lievitati. Non fraintendetemi, li adoro. Non sono una di quelle radical chic fissate con il crudismo che si rifiutano di mangiare qualsiasi cosa non si sia adagiata volontariamente nel piatto. Adoro le torte. Il problema è che loro non amano me. Si rifiutano di lievitare.

Quando lo racconto in giro, vengo derisa con sguardi beffardi. “Impossibile!” Il commento più comune. “Sbagli ricetta!”, “E’ colpa del forno!” Sono quelli che seguono subito dopo. Ma di forni ne ho cambiati 3 nel corso della mai vita culinaria ma il risultato, in quasi 20 anni, è sempre il medesimo.

Ma io sono un tipo tenace e con rinnovato ottimismo ogni settimana ci riprovo, e inizio a impastare farina, uova, zucchero e lievito alla ricerca della “mia torta”, quella che non mi tradirà.

Mio padre, estimatore dei miei esperimenti culinari e massimo tifoso della mia perseveranza, quando si trova al cospetto del mio ennesimo tentativo commenta così “le tue torte non sarebbero male, solo che sono idrorepellenti, se le immergi nel latte dividono le acque“. Ride. Eppure è stato lui a segnare il mio destino diversi eoni fa.

Lui che in un giorno della mia infanzia è arrivato a casa mia con il regalo più ambito di sempre “il dolce forno“. Una scatola di plastica gialla al cui interno una lampadina (una LAMPADINA!) cuoceva dei CD (stesso diametro, stesso spessore, stessa consistenza e, presumo, stesso sapore), in un tempo medio stimato di 4 settimane e mezzo.

Adoravo il mio Dolce Forno. Adoravo i miei immangiabili CD di farina e uova. Dal basso del mio metro scarso di altezza immaginavo quello fosse il preludio di una folgorante carriera dolciaria. Quello che non sapevo era che quello era si il preludio… ma dell’aspetto di tutti i miei futuri dolci.

Ok. Non ho parlato di bambini… ma per chi pensate che mi ostini a cucinare dolci?

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