Scuola: consigli pratici per non arrendersi

Vi ricordate del nostro amico, il logopedista Lorenzo Cainelli? Ha scritto degli articoli molto interessanti per noi, rispondendo anche alle vostre domande e qualcuno magari ha avuto la fortuna di incontrarlo alla nostra fiera a fine gennaio, allo stand dell’associazione DSA Trentino. Se ci avete fatto due chiacchiere avrete sicuramente capito perché a noi è subito piaciuto: dritto al punto e con grande onestà intellettuale oltre che trasporto verso le famiglie e i bambini in difficoltà. Insieme abbiamo pensato che sarebbe stato bello regalare ai lettori un piccolo vademecum per districarsi quando si scopre di avere un figlio con difficoltà scolastiche, una sorta di “ABC” del comportamento da tenere. Ci precisa lui che non si tratta di estratti di studi da logopedista, ma di esperienze vissute e consigli che nascono da ciò che in questi anni ha sperimentato…che è anche meglio!

  1. (Il principio supremo) La scuola dev’esser un luogo dove si va volentieri, fatta di insegnanti formati e dinamici che accolgono e non giudicano (al massimo, valutano una specifica preparazione). Il BENESSERE SCOLASTICO deve essere la prima delle priorità di ogni scuola, garantito da ogni istituzione, burocrazia e soprattutto buonsenso.maxresdefault
  2. Ogni ragazzino ha diritto di studiare e di imparare con i suoi tempi e con le proprie strategie. Spesso ci sarà bisogno di aiuto e della compensazione per poter essere al pari degli altri nello svolgimento di un esercizio, ma questo non deve e non può essere un problema. Gli STRUMENTI COMPENSATIVI non sono dei vantaggi ma delle necessarie opportunità per dimostrare quanto appreso perché compensare significa porre le persone su un piano di uguaglianza rispetto agli altri, non renderle “migliori degli altri” ma uniformale in termini opportunità di apprendimento. Non permettere un compenso significa svantaggiare il ragazzino in difficoltà  e metterlo in condizioni sfavorevoli di giudizio e di ansia (per esempio io, senza occhiali non ci vedo bene…non toglietemeli vi prego).
  3. Chi ha difficoltà a scuola ha come classica conseguenza ansia prestazionale e poca stima di sé. E questo punto fondamentale non può essere scordato in sede di valutazione. L’ansia, la timidezza, la vivacità, il pianto, il sorriso sono emozioni che difficilmente riusciamo a gestire e che non tutti riescono a capire. Anche se spesso mascherate, o non esplicitate, non significa che i ragazzini (tutti, ma in particolar modo i dsa) non abbiano timore nel dire che non hanno capito, che non siano preoccupati per una verifica e che questa possa andar male solo perchè “il cuore mi batteva forte e io non ricordavo più nulla!” (cit. Martina, 9 anni Dislessica). Ogni tanto basta un sorriso o magari chiedere: “Tutto bene? Non ti preoccupare!”. 
  4. Essere dislessico non è una giustificazione per essere pigri, svogliati o maleducati. Va spiegato, soprattutto ai più grandi, che ci sono delle responsabilità scolastiche e tante opportunità per leggere e conoscere il mondo: llaboratori, musei, audiolibri sono tutte grandi occasioni per chi non fa della lettura il substrato della propria conoscenza. Dislessia non deve significare ignoranza; come disgrafia e disortografia non devono essere sinonimo di “mancanza di scrittura”!
  5. La famiglia è il nido in cui sentirsi sempre protetti e al sicuro, ci deve essere sostegno e comprensione, ma questo non deve fare in modo che essa diventi scudo impermeabile contro le difficoltà scolastiche e gli insuccessi che molto spesso tutti, anche senza difficoltà, troviamo lungo il nostro cammino. LetterBlock_Family2Il ruolo della famiglia dovrà essere quello di far capire l’insuccesso e non negarlo, soprattutto non sminuendo il ruolo degli insegnanti o dell’istituzione davanti al ragazzo. La scuola è in un momento di transizione , dove ancora le difficoltà scolastiche non sono ben comprese da tutti, ma con l’aiuto e la collaborazione reciproca (tutelata dalla legge) si potrà tendere a creare un nuovo concetto di  società: dove la diversità siano finalmente pregio e non più difetto.

Cinque punti potrebbero sembrare pochissimi a chi magari sta già lottando a fianco di un figlio con DSA, perché sa bene quante sono le cose da tenere sotto controllo su tanti fronti, soprattutto sociali, ma credo che se fossimo in grado di adempiere almeno a questi cinque consigli di Lorenzo, saremmo già su un’ottima strada. Vorrei chiudere con una frase che ho letto a scuola di mia figlia, su un cartellone posto in bella vista nell’atrio e tratto dal “Manifesto per la slow school”  di Giuseppe Tesorio e che è il primo importantissimo punto di un decalogo che tutti dovremmo mandare a memoria, in primis gli insegnanti e i dirigenti:

Slow-School-Zone-Sign-K-6539“Ci vuole una scuola più distesa: non una fast school con i tempi sincopati di monitoraggi, test, verifiche, livelli di apprendimento, debiti, recuperi, che si accavallano freneticamente, piuttosto una slow school¸ più serena e rispettosa di ogni alunno. C’è bisogno di tempo per imparare ad imparare. L’insegnante non deve avere l’ossessione del tempo, occorre privilegiare i saperi fondamentali, senza fare troppo o troppo poco, rispondendo agli alunni e rimandando alla famiglia buona parte di quelle “educazioni” che sono state dirottate alla scuola.”

Se avete domande o curiosità in merito alle difficoltà scolastiche Lorenzo è a disposizione alla mail logolorenzo@live.it , non abbiate timore.

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