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Caro figlio… la vera sfida sei tu

Caro figlio,

crescerti è una sfida.

Ricordo quando durante un’ecografia ti sei mostrato e inequivocabilmente abbiamo scoperto che eri un maschietto, “esibizionista fin dalla pancia” abbiamo riso. Allora pensavo con timore alla tua futura adolescenza, immaginavo il pomo d’adamo che ti sarebbe spuntato, i fastidiosi baffetti, la voce che cambia e le polluzioni notturne. Pensavo che quella sarebbe stata la parte difficile, ma mi sbagliavo.

Sei nato e mi sono resa conto che la vera sfida era crescere un uomo per bene. Mi guardo intorno e scopro che viviamo in un mondo dove strappare foglie e lanciare sassi fa ridere, un mondo in cui comandare chi è più debole è scuola si vita, un mondo in cui una ragazza deve ancora aver paura a lasciare un ragazzo.

In un mondo così  sono orgogliosa di te quando guardi un insetto ferito e mi dici “poverino però…”, o quando prendi le formiche che si intestardiscono a marciare sul nostro pavimento e le “salvi” mettendole sul balcone. Brontolo lo so. Ma sono orgogliosa di te, perché sai prenderti cura dei più deboli. 

Sono orgogliosa di te anche quando ti spaventi a guardare i cartoni alla televisione. Perché vuol dire che sei sensibile e so che rimarrai così.

Sono tante le cose che ti vorrei insegnare per quando sarai grande, e non sono né le tabelline né le lettere. Verrà il tempo anche per quelle, ma quello che vorrei insegnarti è ad essere gentile ma anche autoironico, perché i momenti di rabbia è meglio gestirli con una risata piuttosto che con un pugno.

Vorrei insegnarti a portare rispetto a tutti gli esseri viventi, così un domani ti verrà naturale rispettare anche la persona che avrai al tuo fianco.

Vorrei insegnarti la fiducia, l’amore, la dolcezza e la capacità di perdonare. So che un giorno smetterai di corrermi incontro con gli occhi luccicanti, che non sarò più la prima cosa che vorrai vedere la mattina appena sveglio, so che prenderei strade che non mi piaceranno, e dovrò mordermi la lingua per evitare di intromettermi.

Ma per allora spero di essere riuscita a trasmetterti il messaggio più importante: sii come la persona che vorresti avere accanto. 

Auguri mamma

Cara Mamma,

a te che ti senti mamma ancora prima di annusare il suo profumo, ancora prima di sentirlo muovere nella tua pancia, ancora prima di vedere quella lineetta rosa che ti cambierà la vita per sempre.

A te che non sapevi di essere mamma, che non te lo aspettavi, ma che ora non riesci ad immaginare una vita diversa.

A te che anche senza figli sei una mamma meravigliosa.

A te, che ti ritrovi l’appellativo “matrigna”, che non rende giustizia al tuo meraviglioso, bellissimo ed emozionante ruolo.

A te che ti commuovi a mettere via vestiti troppo piccoli, perché non riesci a capacitarti di quanto il tuo piccolo cresca in fretta.

A te che guardi sorridendo quel verme che ti mostra tenendolo nella mano, anche quando il tuo istinto ti dice che tra te e lui ci dovrebbe stare un continente di distanza.

A te che da quando sei mamma hai scoperto un mondo che neanche immaginavi.

A te che sorridi rassicurante quando tuo figlio ha una delusione, ma quello che vorresti fare sarebbe piangere con lui.

A te che riesci a guardare 2456565775,7 volte gli Aristogatti, perché tanto non guardi la tv, ma ti perdi nel suo sguardo concentrato.

A te che avevi detto “nel lettone mai” e poi te lo stringi per tutta la notte come se fosse un’ancora di salvataggio.

A te che allatti e non vorresti che il momento del distacco non avvenisse mai.

A te che non sei riuscita ad allattare (i motivi possono essere tanti) ma non per questo sei meno mamma.

A te che passi intere nottate a cullare un bambino con le coliche e il giorno dopo ti svegli lo stesso con il sorriso.

A te che la mattina prima del caffè non riesci neanche ad aprire gli occhi, figuriamoci sorridere.

A te che passeggi per ore spingendo una carrozzina, e non sai neanche come ci riesci perché sei sempre stata pigra.

A te che ti commuovi alla prima parola, alla prima recita, alla prima pagella. Perché sai che il tuo piccolo sta diventando sempre più grande.

A te che lo guardi fare scelte sbagliate perché sai che anche quelle servono per crescere.

A te che consoli la prima delusione d’amore e soffri con lui, E che quando ripeti “Un giorno riderai pensando a questi momenti” lo dici più a te stessa che a lui.

A te che nonostante le notti in bianco, i colpi al cuore, gli spaventi, i capricci e le 55848655 volte in un giorno che ti senti chiamare mamma non scambieresti la tua vita con nessuno. Perché quei baci bavosi, gli abbracci stretti, i disegni incomprensibili e quegli occhi fiduciosi sono la cosa più bella che ci sia e e sai di essere tremendamente più fortunata di quello che meriti.

 

Photo by Yuchao.L

Una gita persa… un insegnamento negato

Notizie che sarebbe meglio non sentire “ragazzino autistico lasciato in classe mentre i compagni erano in gita“.  E’ successo in una scuola di Livorno e pare che il ragazzino di terza media e la sua famiglia non siano stati avvisati della gita in programma. E che sia rimasto solo in classe con l’insegnante di sostegno.  All’inizio pensavo (anzi speravo) fosse l’ennesima bufala trovata in rete ma pare che sia vero. Posso dirlo? La notizia mi ha sconvolto.

Mi dispiace per questo ragazzo a cui è stato negata una giornata speciale, ma mi dispiace anche per i suoi compagni di classe che si sono persi un’importante lezione di vita: siamo tutti uguali.

Diciamo ai nostri figli che devono essere sé stessi, che non devono giudicare nessuno, che la diversità è un valore da coltivare e conoscere, che ognuno di noi è speciale. Poi, per una gita, viene invece mostrato loro che chi è diverso è un peso e può essere lasciato indietro.

Avrebbero potuto imparare a camminare al passo del loro compagno. Avrebbero potuto guardare qualcosa di nuovo attraverso i suoi occhi. Avrebbero potuto imparare che essere tutti diversi è una cosa positiva perché stando tutti insieme si riesce a vedere qualcosa che non si era mai notato. Purtroppo non è successo… in questa storia ci hanno perso tutti.

Gaia l’altro giorno ha detto “mamma io sono cicciona”, che oltre ad essere una cosa ridicola (ha nove anni e pesa 23 chili, fosse più magra sarebbe bidimensionale), e soprattutto preoccupante: dove le impara queste cose una bambina se in casa non se ne parla e in tv guarda solo i Pokemon?

La scuola è importante non solo per imparare l’italiano e la matematica, ma anche perché è il luogo dove capire come essere persone migliori e a non aver paura della diversità. O almeno questo è quello che io mi auguro.

Mamma, non dire a nonna che…

Quando si diventa genitori si impara una cosa importante: parlare con le nonne (anche un pochino i nonni.., ma soprattutto le nonne) è complicato. Bisogna affinare le proprie doti dialettiche per fare in modo che le suddette nonne non si agitino… e le nonne sono delle vere campionesse nell’agitarsi: hanno l’innata capacità di prendere qualsiasi cosa venga detta loro e trasformarla in un’imminente catastrofe. Il loro nipote ha camminato sotto una pioggerella primaverile? Ai loro occhi ha fatto la traversata del Polo, in solitaria in mezzo alla tormenta.

Non è colpa loro. A volte mi chiedo come abbiano fatto a sopravvivere ai figli. Altre volte mi dico che magari, un giorno, diventerò anche io così. E tremo.

Qui di seguito ho stilato un piccolo elenco, soprattutto a beneficio delle mamme alle prime armi, delle cose che potrebbe capitarvi di dire ad una nonna e il come lei lo potrebbe interpretarle. E’ una lista soggettiva ogni nonna è diversa… ma sotto sotto sono tutte un po’ (tanto) apprensive.

  1. “Oggi non ho mandato a scuola Sara. Aveva qualche linea di febbre. Vuoi passare a salutarla?”
    Cosa capisce la nonna: “Sara è gravemente malata. Se vuoi passare a salutarla affrettati!”
  2. “Giada ha il raffreddore. Forse ieri ha preso freddo.
    Cosa capisce la nonna: “Ho permesso a tua nipote di uscire di casa con un abbigliamento non consono alla temperatura esterna. E ora sta male.”
  3. “Oggi a pranzo Andrea non ha mangiato niente. Mangerà a cena!”
    Cosa capisce la nonna: “Sto attuando nei confronti del tuo unico nipote una tortura che consiste nella privazione degli alimenti necessari per il suo sostentamento. E me ne vanto!”
  4. “Sto cercando di abituare Giorgio a dormire in camera sua la notte”
    Cosa capisce la nonna: “Ho abbandonato Giorgio
  5. “Pensavo di lasciare Camilla a casa da sola per 10 minuti. Intanto che vado a prendere Pierino alla materna”
    Cosa capisce la nonna: “Pensavo di lasciare Camilla in una piazzola della Salerno-Reggio Calabria, mentre vado a farmi le unghie in centro.”
  6. “Ho messo Sofia in castigo in camera sua”
    Cosa capisce la nonna: “Ho rinchiuso Sofia al buio nella stanza delle torture”
  7. “Pensavo di iscrivere Marco ad una colonia estiva!”
    Cosa capisce la nonna: “Pensavo di mandare Marco nella legione straniera insieme ad assassini e torturatori di professione!”
  8. “Mattia? Sta facendo la doccia!”
    Cosa capisce la nonna: ” Mattia? Sta vagando in mezzo all’oceano su una zattera. Ho anche avvistato un branco di squali che lo puntava!”

Le nonne! Personaggi mitologici a cui non si può rinunciare! Voi cosa dite? Le vostre come sono?

Photo by < J >

Fenomenologia della mamma: la primavera

E’ primavera… evviva! La natura si risveglia, gli alberi sono in fiore e le mamme abbandonano le loro case per affollare strade e parchi. Alcune di loro sono alle prime armi e si preparano in questi giorni per il loro debutto in società. Se anche voi fate parte di questo gruppo di mamme, vi sentirete un po’ spaesate, vi ritroverete a guardare ciò che vi circonda con occhi nuovi e vi scoprirete a osservare le altre mamme alla ricerca di vostre possibili alleate; fate bene: il parco sotto casa è un regno spietato ed è bene non affrontarlo mai da soli.

In ogni caso, che tu sia una mamma alle prime armi o una mamma rodata, preparati: la primavera ti mette alla prova (e non sto parlando della prova costume, per quella c’è tempo), perché dentro ad ogni mamma si nasconde una piccola psicosi. Eccone alcune.

La mamma indecisa: non sa decidere se è caldo o freddo. Passa il suo tempo al parco a mettere e togliere il cappello al figlio, ad allacciare e slacciare la giacca, a ripetere quasi costantemente “non correre, sudi”. La sua indecisione non è cronica, è indotta nella maggioranza dei casi da un lungo inverno passato tra termometri, antibiotici e colpi di tosse notturni. Tiene un aerosol nascosto in borsetta tra le carte di caramelle e le tessere del supermercato.

La mamma ottimista. Per lei il 21 marzo non è solo la data astronomica dell’inizio della primavera. E’ legge. Porta a lavare le coperte, mette i maglioni nella parte alta dell’armadio e tutto il suo atteggiamento è un inno all’estate, anche se fuori ci sono ancora 13 gradi e le montagne sono piene di neve. Le sue figlie sfoggiano leggere giacchette in cotone a tinte floreali, salvo poi avere perennemente il moccio al naso perché nonostante quello che afferma il calendario non è ancora tempo di picnic all’aperto e lunghe gite in montagna con scarpe di tela e crema solare.

La mamma freddolosa. É una mamma previdente convinta che non faccia mai abbastanza caldo per il proprio bambino. La canottiera di caldo-cotone  è presente fino a giugno inoltrato (si fa il passaggio diretto con il costume da bagno integrale per prevenire l’eritema solare) e il berretto di lana verrà sostituito solo tra qualche mese dal cappellino con la visiera integrale. La mamma freddolosa ha un mantra: “copriti, prendi freddo”, lo indossa come un’armatura e ripeterlo le da sicurezza.

La mamma orso: è quella mamma che ha passato l’intero inverno in modalità letargo in pigiama di flanella e ciabatte (salvo quando era a lavorare o doveva andare dal pediatra) ma che  appena sente il profumo della primavera e il cinguettio degli uccellini riemerge dalla sua tana  affamata e carica di voglia di fare. Organizza un dettagliato planning mensile con tutte le cose da fare e da vedere nei caldi week end che aspettano la sua famiglia, spalanca finestre, coinvolge chiunque conosca in avventurosi fine settimana a contatto con la natura. Ogni sua proposta viene accettata, il marito la teme e non ha il coraggio di dirle di no.

La mamma nordeuropea. Si riconosce perché è quella il cui figlio a metà marzo gioca in mutande nel laghetto del parco tenendo con le mani sporche di fango un biscotto biologico fatto in casa.

La mamma in cerca di approvazione: come la mamma del punto 1 non riesce a decidere tra “fa caldo o fa freddo?” ma con una sostanziale differenza: mentre la prima è trincerata all’interno dei suoi dubbi e troppo occupata a correre dietro a figlio con il cappello in mano per preoccuparsi di quello che fanno le altre mamme, la mamma in cerca di approvazione ha bisogno di sapere dalle altre mamme che sta facendo il meglio per il proprio figlio. Con simulata noncuranza avvicina le mamme per informarle sui diversi strati di vestiti sotto cui hanno costretto i figli, perché, come sanno tutti “l’abbigliamento a cipolla è il migliore”.

Io dove sto? Ovviamente in po’ ovunque!

Tutta colpa del Dolce Forno…

Devo fare una confessione: ho sempre taciuto il mio rapporto conflittuale con i dolci lievitati. Non fraintendetemi, li adoro. Non sono una di quelle radical chic fissate con il crudismo che si rifiutano di mangiare qualsiasi cosa non si sia adagiata volontariamente nel piatto. Adoro le torte. Il problema è che loro non amano me. Si rifiutano di lievitare.

Quando lo racconto in giro, vengo derisa con sguardi beffardi. “Impossibile!” Il commento più comune. “Sbagli ricetta!”, “E’ colpa del forno!” Sono quelli che seguono subito dopo. Ma di forni ne ho cambiati 3 nel corso della mai vita culinaria ma il risultato, in quasi 20 anni, è sempre il medesimo.

Ma io sono un tipo tenace e con rinnovato ottimismo ogni settimana ci riprovo, e inizio a impastare farina, uova, zucchero e lievito alla ricerca della “mia torta”, quella che non mi tradirà.

Mio padre, estimatore dei miei esperimenti culinari e massimo tifoso della mia perseveranza, quando si trova al cospetto del mio ennesimo tentativo commenta così “le tue torte non sarebbero male, solo che sono idrorepellenti, se le immergi nel latte dividono le acque“. Ride. Eppure è stato lui a segnare il mio destino diversi eoni fa.

Lui che in un giorno della mia infanzia è arrivato a casa mia con il regalo più ambito di sempre “il dolce forno“. Una scatola di plastica gialla al cui interno una lampadina (una LAMPADINA!) cuoceva dei CD (stesso diametro, stesso spessore, stessa consistenza e, presumo, stesso sapore), in un tempo medio stimato di 4 settimane e mezzo.

Adoravo il mio Dolce Forno. Adoravo i miei immangiabili CD di farina e uova. Dal basso del mio metro scarso di altezza immaginavo quello fosse il preludio di una folgorante carriera dolciaria. Quello che non sapevo era che quello era si il preludio… ma dell’aspetto di tutti i miei futuri dolci.

Ok. Non ho parlato di bambini… ma per chi pensate che mi ostini a cucinare dolci?

Compiti nel week end? Anche no!

In questi mesi se ne sente parlare sempre di più: compiti durante i week end si o no?

Di fatto sono contraria. Un ripasso. Ok. Qualcosa da ripetere prima di andare a dormire. Ci sta. Un paio di esercizi per rafforzare quello che è stato fatto a scuola. Più che giusto! Ma poi? Basta!

Fortunatamente Gaia ha delle maestre illuminate (e non lo dico solo perché so che capita che leggano quello che scrivo, “Ciao Elisabetta!“) che non riempiono i bambini di compiti. Ma mi capita spesso di sentire alcune amiche mamme che mi dicono “no guarda, questo week end non ci siamo perché abbiamo un sacco di compiti da fare.”

Il plurale è d’obbligo; i compiti sono una cosa che mobilita un intero nucleo famigliare: il piccolo studente seduto al tavolo della cucina, la mamma chinata davanti a lui con uno strofinaccio in mano che “visto che sono a casa almeno pulisco”, papà che raddrizza per l’ennesima volta un’antina che vede storta solo lui e fratellino minore che salta sul divano colto da una profonda, irrecuperabile tedia. Insomma i compiti a casa, i troppi compiti a casa, diventano un castigo per tutta la famiglia.

Adesso mi rivolgo a voi, cari maestri/professori non è meglio per i bambini andare a vedere un posto nuovo? Fare nuove esperienze? Incontrare gente nuova?

Non avete idee? Visto che pare che la creatività non mi manca, vi suggerisco alcune idee alternative ai compiti a casa. Tenetele presente per il prossimo week end e fatelo scrivere sul diario.

  1. Andare al parco vicino a casa, fare amicizia con un bambino e imparare qualcosa di nuovo da lui.
  2. Chiedere scusa a qualcuno a cui si è fatto un torto (tutti facciamo torti a qualcuno, magari involontariamente ma lo facciamo).
  3. Andare a trovare un anziano parente e farsi raccontare la sua infanzia.
  4. Invitare a casa un compagno di classe/un vicino di casa che sta sempre da solo. Si potrebbe scoprire che è un bambino speciale con tanto da condividere, ma tanto tanto timido!
  5. Passeggiare sotto casa con il naso all’insù. Scoprire gli alberi, la forma delle montagne, i colori delle case. Gaia l’altro giorno ci ha fatto notare che la montagna sopra casa nostra, vista da una certa angolazione, sembra il muso di un leone. E’ vero. E io in 36 anni non me ne ero mai accorta.
  6. Sistemare la cameretta e raccogliere i giochi che  usano più, potrebbe essere un modo per organizzare un mercatino o qualcosa si potrebbe portare a scuola per giocare durante la ricreazione.
  7. Leggere un libro per il piacere di leggere. Io ho ancora gli incubi sulle schede libro di romanzi che avevo odiato. In seconda media ci hanno dato da leggere Guerra o Pace. Voglio dire: Guerra o Pace in seconda media!
  8. Andare in un museo o in un parco archeologico, per vedere dal vivo quello che è tanto difficile memorizzare dai libri.
  9. Andare in un bosco e fotografare la natura. Per poi poterla raccontare ai compagni. Se mancano idee, eccone qui alcune)
  10. Stare semplicemente in casa tutti insieme, guardare un film, preparare una torta, fare un pic nic sul pavimento di casa. Fare come semplici e divertenti insieme a mamma e papà. Perché in quei momenti che si impara molto di più di quanto di potrebbe imparare da 10 enciclopedie.

Insomma in quanto mamma rivendico il mio diritto di godermi i miei figli durante il week end… e visto che stanno iniziando le belle giornate mi piace poter gestire il nostro tempo senza il pensiero assillante dei compiti.

 

Photo by r.nial.bradshaw

Mamma… mi scappa la pipì!

Come ormai è stato ampiamente dimostrato amo viaggiare, stare fuori casa, esplorare, far scoprire posti nuovi ai miei bambini, vedere il cielo da diverse angolazioni, scoprire diversi modi di vivere, assaggiare nuovi piatti, sdraiarmi al sole… si insomma avete capito cosa intendo: adoro prendere la macchina e via.

C’è solo un aspetto dello stare fuori casa che mi crea disagio: il bagno. Sono sempre stata particolarmente difficile sull’argomento, ma da quando sono diventata mamma il problema si è amplificato raggiungendo dimensioni incommensurabili. Avete presente no? La fatidica frase “mi scappa la pipì” così temuta che Pippo Franco ha anche deciso di dedicarle una canzone. 4 parole che sono in grado in insinuare un puro, semplice, profondo terrore in ogni genitore!

A tua figlia, una delle cose prime cose che cercherai di insegnarle quando siete fuori casa, sarà la “santa tecnica, tramandata da generazione in generazione, della pipì in equilibrio“. Presente no? Gambe leggermente piegate chiappe in fuori baricentro basso, cosce ad un’altezza tale che permettano di non entrare in contatto in nessun caso con la tazza, carta igienica a portata di mano e tutto il repertorio.

Il problema è che non arrivi neanche a dire “non toccare niente, braccia in alto e respira il minimo indispensabile per non soffocare” che lei è già seduta con i pantaloni calati talmente in basso che i lacci sfiorano la terra, accovacciata come sul bagno di casa con le mani che si tengono alla seduta. Quelli sono momenti di panico perché se sai che i pantaloni potresti incenerirli senza rimpianti nel più vicino depuratore la stessa cosa non potrai fare con le mani e le gambette di tua figlia. L’unica soluzione è cercare di disinfettare molto bene gli arti con acqua e sapone nel lavandino del bagno pubblico. Solo che non c’è né acqua calda né sapone e nemmeno salviette per asciugare. Ed è inverno.

Una delle principali cose che una mamma impara frequentando i bagni pubblici è che le tazze sono posizionate ad un’altezza tale che solo il figlio del GGG (il Grande Gigante Gentile) potrebbero arrivarci senza l’ausilio di una scala. Cosa che azzera pure il vantaggio della “pipì in piedi” dei maschietti.

Il mondo della pipì fuori casa con i bambini è ricco di insidie e per affrontarle al meglio è doveroso conoscerle. Ecco quindi alcune cose che una neo mamma farebbe bene a tenere a mente: 

  • Ad un bambino scapperà la pipì sempre, immancabilmente quando si sta per uscire di casa, possibilmente in inverno quando è vestito sotto la tuta da neve 4 strati di vestiti. Si può arginare il problema domandando in anticipo se deve andare in bagno, ma non sempre funziona. Perché? Approfondiamo l’argomento nel prossimo punto;
  • Un bambino ti avvertirà che gli scappa la pipì nell’esatto momento in cui è troppo tardi per cercare un qualsiasi posto in cui farla con discrezione ed intimità. Se si trova in piazza Duomo nel pieno di una manifestazione, con le telecamere puntate nella sua direzione, sarà in quel momento che se ne uscirà con la frase “mamma devo fare pipì. Immediatamente.” Perché, e qui si arriva direttamente al punto 3;
  • Un bambino ha due modalità “non mi scappa la pipì” o “mi scappa la pipì con urgenza”.  Non funziona come una bottiglia che si riempie piano piano. E’ più una cosa del genere interruttore della luce: spento o acceso.

Per tutti questi motivi vi ritroverete a rimpiangere il “tempo del pannolino” e vi chiederete come mai avevate tanta fretta di toglierglielo.

Il mitologico “club delle mamme”

Le mamme. Personaggi mitologici che fanno parte di un club esclusivo. Non è che una ci vuole entrare per forza solo che ad un certo momento ti senti risucchiata dentro contro la tua volontà. Praticamente sei come un mattoncino Lego in balia dell’aspirapolvere.

Ecco alcune delle cose che non avresti mai immaginato di dire o fare prima di diventare mamma ma che poi diventano assolutamente normali. (è una fase, poi passa. Tranquille).

  • Pensare che quella maglietta “è pulita, dai è solo un rigurgitino”. Una neo mamma non ha tempo di lavare i vestiti, stenderli, stirarli, piegarli e metterli nel cassetto. Il solo pensiero è capace di scatenare veri e propri attacchi di panico. In più un neonato, contrariamente a quello che potrebbe sembrare (non gattona, non rotola nel fango, non fa il bagno nel barattolo della cioccolata), si sporca parecchio. Solo che non è sporco d’origine esterna è sporco autoprodotto dai vari orifizi disseminati nel suo corpo. La qual cosa ci riporta immediatamente al punto due.
  • Una donna non capisce cos’hanno gli uomini da parlare con così tanto orgoglio delle loro funzioni corporali finché non diventa mamma. Poi il “quanto è sporco il pannolino” diventa il primario argomento di conversazione nei ritrovi delle mamme. Una mamma può parlare di cacca e rigurgito davanti ad un gelato al cioccolato con la stessa disinvoltura con cui nella sua precedente vita parlava di vestiti nuovi e tagli di capelli.
  • “Una notte M E R A V I G L I O S A.” La prima notte in bianco da adolescente, svegli solo per il gusto di dire “io ho visto l’alba e sono sveglia da ieri” è indimenticabile. La prima notte intera di sonno dopo che hai avuto un figlio è un’esperienza catartica in grado di risvegliare la speranza in un futuro migliore. 
  • Andare dal panettiere sotto casa con le Crocs ai piedi? Perché no? Non riesci a capacitartene, ma davvero c’è stato un tempo nella tua vita in cui per andare in cantina a prendere le patate (che altrimenti la mamma urlava) ti mettevi jeans, maglietta pulita, scarpe in tinta, un filo di trucco e una passata veloce di spazzola. Perché chissà chi ti poteva mai capitare di incontrare. Quando diventi mamma riesci senza vergogna ad uscire di casa in camicia da notte, ciabatte e segno del cuscino sulla guancia. Anzi consideri il segno sul cuscino un vero trofeo da esibire: significa che sei riuscita a dormire per ben 10 minuti di fila.

Ma questo è niente. Passa. Dicevo che tutte queste cose diventeranno un fumoso ricordo del passato, un giorno tuo figlio sarà abbastanza grande da correre, divertirsi, rotolarsi nella terra e togliersi la giacca. Allora ti scoprirai a dire “Copriti che hai freddo!” il tuo cervello ci metterà qualche secondo a capire che quelle parole sono davvero uscite dalla tua bocca e allora ti renderai conto che è vero. L’aspirapolvere ti ha infine trovato, sei davvero entrata a far parte del club delle mamme! 

Se poi sei bis mamma e dopo una femmina è arrivato un maschietto preparati… le cose che non ti aspettavi, moltiplicano!

Photo by Yuchao.L

Prima di partire per un lungo viaggio…

Vi abbiamo raccontato di posti meravigliosi, laghi, montagna, miniere, passeggiate, musei e tutto quello che la nostra regione ha da offrire. Quello che non vi abbiamo mai raccontato è l’inizio del viaggio per arrivare in questi posti. Perché per quanto io abbia richiesto il teletrasporto pare che tra le “dotazioni aziendali” non sia compreso.

Partire per una giornata fuori casa pare una cosa semplice ma con i bambini non è così. Il bagaglio di base per una gita fuori porta con un bambino in età prescolare è simile, per volume, a quello che una ragazza x per una settimana in un villaggio turistico attrezzato: tolte lenzuola e stoviglie non manca nulla.

Raccontare tutto il viaggio sarebbe incredibilmente lungo, oggi mi accontento di raccontare l’inizio, i primi momenti. Da quando si decise dove andare a quando si avvia la macchina.

Ore 7.30 la famiglia si sveglia, si alza, prepara la colazione. Si prepara lo zaino.

Lo zaino deve contenere: biscotti, gomme per il mal d’auto, mandarini, crackers, un piatto di spaghetti al pomodoro, giochi da tavolo per intrattenere i bambini durante il viaggio,cambio d’abiti; maglietta con le maniche corte che magari esce il sole, piumino e sci che magari nevica (indipendentemente dalla stagione, perché ormai un po’ di viaggi li hai all’attivo e sai benissimo che se lasci a casa il costume troverai sulla tua strada un meraviglioso parco acquatico con entrata gratuita, animazione e spettacolo dei Paw Patrol, gli eroi del momento di tuo figlio), giornalini, kit di pronto soccorso (le spine sono sempre in agguato), crema solare, bottiglia di acqua. peluches preferito e scarpe di un numero di grande. Perché un bambino o in grado si smontare dalla macchina e dire che quelle scarpe comodissime fino a 2o minuti prima sono diventate strette.

Prima di mettere giacca, guanti, sciarpa, cappello ai figli è d’obbligo la domanda di rito “ti scappa la pipì?

Ore 9.00 si esce di casa, zaino in spalla, carretto a rimorchio… figli bardati tipo omini della Michelin, ricerca delle chiavi. La ricerca delle chiavi richiede dai 5 ai 15 minuti. Occasionalmente capita che siano al loro posto nella ciotola all’ingresso. Ma è un evento talmente raro che è l’ultimo posto in cui guardi.

Ore 9.10 finalmente riesci a chiudere la porta, vi avviate per le scale, quando tuo figlio ti dice “mi scappa la pipì!” Inutile fargli notare che lo avevi chiesto un attimo prima di uscire di casa, ti risponderà che prima non gli scappava.

Ore 9.20 si ripete quanto successo alle ore 9.00.

Ore 9.30 si sale in macchina, si riempie il bagagliaio. Si allacciano i bambini con la cintura di sicurezza (sempre!). Si avvia la macchina. Nel momento preciso in cui imbocchi la stradina che ti porta fuori casa, tuo figlio chiede “siamo arrivati?” Mentre la sorella esordisce con un “mi fa male la macchina!” E già lo sai che sarà un viaggio molto lungo. Ma sai anche che ne varrà la pena. Perché ne vale sempre la pena!